22.04.’18 – IV^ dom di Pasqua

PASTORI NON SOPRA NÉ A FIANCO, MA IN MEZZO: CUSTODI E NON FUNZIONARI

pastore-e-gregge

dal Vangelo di Giovanni (Gv 10,11-18)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Introduzione

La vita di una comunità è decisamente condizionata da colui che la guida: questo avviene ad ogni livello e in ogni tipologia di struttura sociale, politica, religiosa e umanitaria costituita secondo una tipologia piramidale, certamente a volte più che necessaria al fine di non dare occasioni di confusione o di disordine. Di fatto parliamo sempre di “comunità” perché intendiamo l’orizzonte comune (cum-unum) verso il quale tutti e ciascun singolo viene orientato da colui che è investito di tale compito. Ora, esulando dalle varie forme di comunità ci concentriamo su quella ecclesiale che, nel suo piccolo possiamo rapportare alla vita di parrocchia e nel suo orizzonte più vasto alla Chiesa nel mondo. Già il Concilio Vaticano II mise a fuoco la struttura-chiesa –se possiamo chiamarla così – affermando nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen Gentium IV “in forza del battesimo, attraverso familiari rapporti tra laici e pastori, si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa” (LG 37). Il sacro Concilio, così, definisce come punto comune il Battesimo e invita – ciascuno per la sua parte – a edificare la Chiesa intera perché ciascuno “sia davanti al mondo testimone della risurrezione di Cristo” (LG 38). In tal modo comprendiamo come Papa Francesco insista in questa comunione quale origine di una svolta nella vita di una Comunità “può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità” (EG 28).

Pastore e pecore

L’immagine del Pastore e del suo gregge è usata da Gesù per intendere in maniera inequivocabile la Chiesa, mettendo a fuoco l’identità di entrambi: anzitutto l’unico Pastore è Cristo «Io sono il buon pastore» e la relazione tra il pastore e il gregge è la conoscenza reciproca «conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me», volendo intendere tale conoscenza come relazione necessaria, scambio, confronto, incontro, dove l’uno custodisce e ha cura degli altri e viceversa, e colui che governa è colui che guida fino a «dare la mia vita per le pecore». Esse sono l’essenza della sua stessa vita. Al contrario «il mercenario», cioè il funzionario, per il quale il gregge non è luogo dell’amore e spazio di relazioni, ma solo interesse e profitto a vantaggio della propria gloria. Gesù è chiaro: al di fuori del suo modello, non vi è chiesa poiché trova fondamento nella sua relazione col Padre «come il Padre conosce me e io conosco il Padre».

I pastori e la Chiesa oggi: come intendere quel “conoscere”?

Conoscere significa vivere l’arte dello “stare in mezzo”: il Pastore di una comunità non può essere né colui che sta sopra (per incarichi), né colui che sta attorno (per allinearsi), ma colui che sta dentro la storia e la vita del gregge. Solo così si può essere “pastori con l’odore delle pecore” (Francesco). Conoscere è entrare nell’altro, accompagnarlo, sorreggerlo, custodirlo e motivarlo perché la sua vita sia sempre più buona e più bella e quindi sia sempre più vivibile e amabile. Questo è Gesù con noi: è Pastore perché conosce e ama. Conosce non per giudicare o accusare, ma per sollevare; ama non per avere in cambio attenzioni, ma per diffondere bellezza e bontà.