XXXIII domenica T.O.; 16.11.’14

IL TALENTO. PESO E MISURA DI OGNI FIDUCIA

bilanciaLa fiducia nella relazione con sé, con gli altri

Quanto diciamo, scriviamo e parliamo sulla fiducia. Fiumi di parole e pagine di trattati di psicologia e di interiorità per riconsiderarla ogni volta spalmata nel tempo della storia di ciascuno. Essa assume differenti sfumature che vanno dalle più varie interpretazioni nella nostra adolescenza e giovinezza fino alla nostra adultità, per giungere ai rigagnoli della vita da anziani. Eppure Gesù è così semplice, quasi consegnando a ciascuno la parola dolce e forte della fiducia nel gesto di uno «uomo» che «partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni». L’uomo, il tale, che poi si scopre essere il padrone, vive una consegna e se ne va, mettendo nelle mani della responsabilità di ciascuno i suoi averi, il suo denaro (argento, nel testo greco). La fiducia è dunque una consegna, è un donare perché lo stile del padrone è un donarsi: ma quante volte la fiducia assiste impietrita all’implacabile parola del tradimento? Quella parola che, ancora prima di essere pronunciata, è già un habitus, uno stile, un modo di essere di se stessi con se stessi. Traditori di se stessi perché già consegnati alla propria rovina: tradere, in latino “passare di là”, “gettare di là”, “attraversare”. Tradire è abbandonare, lasciar cadere la parola dell’altro. Ma anche sperimentiamo il tradimento in quanto subito: ci si sente “gettati da un’altra parte”, abbandonati. Usati. Traditi.

La nuova misura di sé

Cosa dovrebbe nascere da una riflessione così? Un nuovo impegno? Non credo. Credo piuttosto che se guardassimo il talento non solo come una moneta che riceviamo o come un dono che ci viene consegnato (così lo abbiamo sempre interpretato), ma lo considerassimo per quello che è fin dalle sue origini, allora capiremmo che la parabola vuole dire all’uomo di oggi il grande modo di essere di Dio e che Egli consegna all’umanità perché ciascuno possa essere almeno un poco sua vera immagine. Talento è, infatti, l’unità di misura dell’argento nel mondo babilonese, per cui il padrone consegna la sua stessa capacità di misurare ciò che ci viene donato, ciò che ogni volta riceviamo in dono. Solo dopo questa consapevolezza nasce l’impegno a custodire e a far fruttificare. Sta all’intelligenza del servo trovare una nuova misura su di sé, perché il padrone gliela consegna, pur non chiedendogli di moltiplicare i doni. Per questo due sono chiamati «fedeli» e il terzo «pigro», immeritevole e fannullone. C’è bisogno di ritrovare la giusta misura di sé e riconsiderare le parole che ascoltiamo così come quelle che consegniamo agli altri: le seconde chiedono più responsabilità delle prime, ma le prime non giustificano le nostre pigrizie e le nostre inoperosità. Anche quelle dentro la Comunità cristiana.

 Il tempo e lo spazio dell’attesa

La misura di sé attende un confronto continuo col tempo, infatti «se ne andò… e dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò»: la fiducia è una consegna attuale che chiede di essere custodita nel tempo, tanto o poco che sia, «senza timore». Custodire è anche fare i conti con la propria intelligenza: chi farà fruttificare; chi invece, pigro, sarà gettato fuori. Custodire è vigilare perché siamo «figli della luce e del giorno», fino a donare «fascino e bellezza», come la donna elogiata dalla profezia. Ma non si può dare ciò che non si è.